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mercoledì 13 dicembre 2017
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Programma di Sala MOZART VIAGGIATORE D'EUROPA

Domenica 11 Marzo 2007, ore 21
Sala S.O.M.S.I.
Piazza San Giuliano, 7 - GOZZANO (NO)
 
Associazione NAPAPIIRI ONLUS
LICEO SOCIOPSICOPEDAGOGICO-LINGUISTICO “Brocca” di Gozzano
con il contributo della Regione Piemonte
 
FORO DELLA CULTURA EUROPEA
MOZART VIAGGIATORE D’EUROPA
 
Introduzione tematica
Prof. Alberto Peretti, filosofo e counselor filosofico, Ivrea
 
Lezione-concerto
Duo “Divertimento Musicale”
con Marino Mora e Marina Verzoletto
pianoforte a quattro mani
 
 
Wolfgang Amadeus Mozart
Sonata in do maggiore KV 19d
Allegro - Menuetto - Rondeau: Allegretto
 
Sonata in re maggiore KV 381 (123a)
Allegro - Andante - Allegro molto
 
Sonata in do maggiore KV 521
1° movimento: Allegro
 
Eine kleine Nachtmusik KV 525
Allegro - Romanza- - Minuetto - Rondò
 
 
 
 
 

1. Gruppo di famiglia in un interno
Se visitate la casa-museo di Mozart sulla Makartplatz (ex Hannibalplatz), a Salisburgo, nel Tanzmeistersaal vi accoglie il grande ritratto della celebre famiglia che al pianterreno di questo palazzo abitò a partire dall’autunno 1773. Il quadro fu commissionato probabilmente sul finire dell’estate 1780 al pittore salisburghese Johann Nepomuk della Croce. Sicuramente lo volle il pater familias Leopold, che vi appare dietro il fortepiano, appoggiato alla coda, con in mano il violino, di cui era prestigioso didatta. Alla tastiera, in atto di suonare a quattro mani, siedono la figlia maggiore Marianne (Nannerl) e Wolfgang Amadé: la destra di Wolfgang, che tiene la parte del «secondo», incrocia la sinistra di Nannerl, cui è affidato il «primo». Più che nell’esecuzione, la povera Nannerl appare impegnatissima a tenere in equilibrio la monumentale acconciatura che le hanno eretto sul capo: a forza di ferri caldi, per poco il parrucchiere non la mandava a fuoco... In alto sulla parete dietro Wolfgang e Leopold, al centro della tela, Anna Maria Mozart, nata Pertl, ci guarda un po’ stranita da una cornice ovale, quadro nel quadro: non poteva essere effigiata con il marito e i figli, perché era morta a Parigi nell’estate del 1778 e colà era stata sepolta nel cimitero di Saint-Eustache.
Il curioso e un po’ comico espediente non è l’unico trucco nascosto dietro l’idilliaco gruppo di famiglia in un interno. I tre Mozart viventi non hanno mai posato insieme così come sono stati ritratti. Il primo a sedersi davanti a della Croce fu Wolfgang: all’inizio di novembre doveva infatti partire per Monaco, dove il 29 gennaio 1780 era in programma la prima rappresentazione della sua nuova opera Idomeneo, re di Creta. Come era accaduto tre anni prima, in occasione della sfortunata trasferta parigina, partiva senza Leopold, cui l’arcivescovo Colloredo non concedeva più i lunghi congedi dal servizio musicale di corte elargiti dal predecessore, il buon Schrattenbach. Anche Marianne rimase a casa, da dove nelle lettere descriveva al fratello le imprese pirotecniche del coiffeur. Chissà se Leopold, nel commissionare quella celebrazione iconografica di unità familiare sotto il segno dell’arte, presagiva la sua natura postuma o cercava di esorcizzare l’inevitabile. Perché da quella casa e da Salisburgo Wolfgang stava per andarsene definitivamente, la famiglia unita di musici itineranti apparteneva al passato.
 
2. In viaggio con papà
Un passato non così lontano: nella breve vita di Mozart - non arrivò a compiere 36 anni - tutto è precoce e tutto arde rapidamente nel fuoco di una creatività senza riposo. «A volte la verità è quasi leggenda», diceva Glenn Gould: le leggende sull’infanzia di Mozart sono difficilmente distinguibili da una verità che era forse più stupefacente di eventuali invenzioni. A sei anni, il padre lo portò con Nannerl a esibirsi alle corti di Monaco (gennaio 1762) e Vienna (settembre-dicembre 1762). Nel giugno del 1763 la famiglia lasciava nuovamente Salisburgo: sarebbero tornati solo dopo tre anni e mezzo di peregrinazioni attraverso la Germania, i Paesi Bassi, la Francia e l’Inghilterra. L’elenco infinito delle tappe dei loro spostamenti si alterna con le lunghe soste nei centri più importanti: Parigi (18 novembre 1763-10 aprile 1764), Londra (23 aprile 1764-24 luglio 1765), L’Aja (10 settembre 1765-fine gennaio 1766), Amsterdam (fine gennaio-inizio marzo 1766), ancora Parigi (10 maggio-9 luglio 1766), prima del ritorno via Monaco (novembre). La sosta più lunga, che lascerà in Wolfgang il ricordo più gradito e un desiderio di ritorno mai esaudito, è quella londinese. A Londra viveva uno dei più importanti compositori dell’epoca: Johann Christian Bach, il più giovane dei figli musicisti di Johann Sebastian. Quando il Cantor era morto, nel 1750, aveva solo quindici anni. Preso sotto tutela a Berlino dal fratellastro maggiore Carl Philipp Emanuel, appena possibile se n’era andato: viaggiatore d’Europa anche lui, troncò decisamente con la vita provinciale dei Bach di Turingia per cercare fortuna in Italia, a Milano, dove sposò una cantante lirica e si convertì al cattolicesimo e al melodramma (difficile dire che cosa avrebbe scandalizzato di più il padre), e poi in Inghilterra.
Quando incontrò il bambino Mozart e ne divenne amico ed estimatore, il Bach «milanese» diventato «londinese» era dunque intorno ai trent’anni, ben avviato al successo sia come artista, sia come impresario: con Carl Friedrich Abel, un altro esule dal magro mercato musicale tedesco verso i ricchi lidi borghesi d’Albione, aveva fondato i Bach-Abel Concerts, una delle prime istituzioni concertistiche moderne. Nascevano in gran copia sonate, concerti, sinfonie, che «John» Bach aveva imparato a comporre secondo il gusto lombardo di Sammartini, autore rinomato in tutta Europa e ben noto a Londra. La frequentazione con Johann Christian, brillante maestro dello «stile galante», è il fatto artistico fondamentale del lungo soggiorno britannico di Mozart. Non a caso nascono in questi mesi molti pezzi per pianoforte e le prime Sinfonie.
Si colloca in tale contesto biografico l’origine della Sonata per pianoforte (clavicembalo) a quattro mani, KV 19d, che i cataloghi datano «Londra, prima del 13 maggio 1765». Esiste ancora, infatti, la locandina apparsa sul Public Advertiser di quel giorno, che annunciava «un concerto alla tastiera del giovane compositore e di sua sorella, sia singolarmente, sia in coppia». Qualche tempo dopo, il 9 luglio, secondo la testimonianza di Nissen, il secondo marito di Constanze Mozart, Leopold scrisse al corrispondente e sponsor salisburghese Hagenauer: «A Londra Wolfgangerl ha scritto il suo primo pezzo per quattro mani. Prima di allora non era mai stata composta una sonata per quattro mani» (l’ultima affermazione non corrisponde al vero in assoluto, ma il «quattro mani» era effettivamente una novità per l’Inghilterra). Sommando questi indizi, si ritiene che tale opera sia la Sonata attribuita a Mozart in fonti più tardive, a partire da una poco accurata edizione francese del 1788. Il modello di Johann Christian - delle Sonate a due mani, visto che le sue Sonate a quattro mani erano di là da venire - è palese nella scorrevole scrittura «galante» del primo movimento e nella sua forma, che non è ancora la «forma-sonata» classica: si profila già il contrasto nell’esposizione iniziale tra un primo tema alla tonica, squillante e scandito, e un secondo tema alla dominante, più morbido e cantabile; ma la seconda parte, dopo uno sviluppo che porta in territori tonali non scontati e contiene inopinati scarti ritmici, riconduce, proprio alla maniera di Johann Christian, non alla ripresa del primo tema, bensì a quella del secondo riportato alla tonica. L’originalità del giovanissimo genio si riconosce anche qui: un inciso del primo tema rispunta prima della coda. Il secondo tempo è un Minuetto, la danza galante per eccellenza: coloro che, vista l’insicurezza delle fonti, dubitano dell’autenticità di questa Sonata, dovrebbero spiegare chi altri se non il Mozart più giovane possiede il segreto di quella «improvvisa tenerezza» (Hildesheimer) che fa capolino nelle ombreggiature modulanti del Trio: davvero - citiamo ancora Hildesheimer - «posa sulla sonata un delicato fascino, caratteristico, ristoratore, come solo un bambino può evocare, ma come un solo bambino ha saputo evocare». Il Rondò finale, che con i suoi «virtuosistici» incroci tra le mani degli esecutori fa irresistibilmente pensare al quadro di Salisburgo, si basa su un tema molto simile a quello dell’analogo movimento nella Gran Partita per fiati di molti anni dopo (1781); è come se il piccolo compositore acquistasse sicurezza via via che procede nel lavoro, fino a permettersi la sorpresa di un minuetto lento che precede l’accelerazione conclusiva.
 
3. Di qua e di là delle Alpi
Tornati a Salisburgo il 29 novembre 1766, meno di un anno dopo (settembre 1767) i Mozart erano di nuovo in tournée a Vienna. Viaggio sfortunato, perché l’ambizione di profittare dei festeggiamenti per il previsto matrimonio tra Ferdinando di Borbone-Napoli e una figlia dell’imperatrice Maria Teresa sfumò a causa dell’epidemia di vaiolo che si portò via la promessa sposa e contagiò anche Wolfgang e Nannerl. Comunque restarono nella capitale o nei paraggi fino al dicembre 1768; In questo soggiorno viennese avviene l’incontro di Mozart con il grande amore della sua vita: l’opera lirica. Non poteva che seguirne un viaggio nella patria del melodramma, l’Italia. Il grand tour nella penisola per un musicista era in prima istanza viaggio di studio, e al tempo stesso in cerca di commissioni, nella terra del bel canto, con i suoi luoghi deputati: Napoli e, seppur declinante, Venezia, ma soprattutto, in ascesa in quanto capoluogo asburgico affidato all’attenta politica di promozione culturale del governatore Firmian, Milano.
Oltre che nell’opera lirica, però, almeno in altre due «discipline musicali» ci si poteva specializzare solo attingendo alle loro sorgenti italiane: la secolare gloriosa tradizione polifonica rinascimentale e la nuova civiltà strumentale. Ecco dunque l’ormai adolescente Amadé visitare Roma e «rubare» ai cantori della Cappella Sistina, trascrivendola a memoria e a orecchio, la partitura del Miserere di Gregorio Allegri; eccolo, a Bologna, a lezione di contrappunto da padre Martini, maestro internazionalmente riconosciuto dello «stile sodo alla Palestrina»; eccolo quindi sottoporsi all’esame dei dotti accademici bolognesi sotto la severa ma benevola supervisione del buon francescano, che di fatto gli corregge il compitino in modo che il giovane genio sia, in anticipo sull’età regolamentare, ammesso all’Accademia Filarmonica. Non sarà dall’archeologia palestriniana di padre Martini che Mozart apprenderà a rinvigorire di linfa contrappuntistica le scarne linee dello stile galante, ma dal ben più vivo retaggio bachiano che gli farà conoscere a Vienna il barone van Swieten.
In questo primo viaggio italiano molto più fecondo è il contatto con la moderna civiltà strumentale italiana: un nome lombardo su tutti, Sammartini, già accostato a Londra attraverso la mediazione di Johann Christian Bach. Nasce in una sera di sosta in una locanda di Lodi il primo Quartetto per archi, anticipatore della serie di sei «Quartetti Milanesi»; mentre la progenie sinfonica iniziata a Londra si arricchisce di nuovi frutti già sorprendentemente maturi. Infine - hoc erat in votis - arrivano le sospirate e prestigiose commissioni per il Regio Ducal Teatro di Milano, quello che di lì a pochi anni, distrutto da un incendio, lascerà il posto alla Scala. Per la cui inaugurazione nel 1778, come è noto, non si chiamò Mozart, ma Salieri. Nel 1770, invece, il ragazzino fu incaricato di aprire la stagione, a Santo Stefano, inizio del tempo di Carnevale, componendo in pochi mesi - cominciò durante il soggiorno nella tenuta Pallavicini presso Bologna, dal 10 agosto al 1° ottobre - Mitridate re del Ponto. Un successo, confermato dalla nuova commissione per i festeggiamenti, nell’ottobre del 1771, in occasione del matrimonio estense di Ferdinando d’Asburgo - Ascanio in Alba - e ancora di un’opera per il 26 dicembre 1772, Lucio Silla. Ascanio e Lucio saranno quindi occasione di una seconda e una terza discesa a sud delle Alpi, ma solo per il tempo necessario all’assolvimento dell’incarico: il viaggio in Italia propriamente detto è il primo, sia per l’arricchimento musicale, sia per quello più ampiamente culturale - non manca neppure la visita ai recenti scavi di Pompei.
Tante suggestioni si trovano riassunte nella Sonata in re maggiore KV 123a (o KV 381, nella vecchia edizione del catalogo Köchel), composta a Salisburgo nel 1772, tra il secondo e il terzo viaggio in Italia. Come la sorellina KV 19d destinata probabilmente a essere eseguita in coppia con Nannerl, pare quasi uno studio per una sinfonia, teatrale o concertistica (i generi erano intercambiabili). Tutto un vocabolario di locuzioni sinfoniche viene quasi programmaticamente esibito: blocchi massicci di unisoni orchestrali, imitazione di tremoli degli archi acuti sul movimento dei bassi in ottava, ampia gestualità melodica, ritmi lombardi (nota breve accentata seguita da nota lunga) o anapestici (due note brevi seguite da nota lunga) con la loro incalzante spinta dinamica, incisi dei legni per terze e seste parallele. Nel tempo lento, con la sua calda cantabilità melodica, i due esecutori fanno vivere sulla tastiera colori e dinamiche dei settori orchestrali. E il finale risponde già ai criteri che guideranno i concertati a chiusura d’atto delle grandi opere comiche: strepitoso, arcistrepitoso, strepitossissimo.
 
4. Senna, Danubio e Moldava
Ciascuno ha i suoi fiumi. Come Ungaretti, anche Mozart avrebbe potuto dire che nelle acque torbide della Senna si era rimescolato e si era conosciuto. Quell’acqua da cui forse Anna Maria Pertl, nel caldo estivo della metropoli, si prese l’infezione fatale. Dal punto di vista della carriera, il viaggio del 1777-1779, tappe principali Monaco, Mannheim e soprattutto Parigi, fu un fallimento. Dal punto di vista esistenziale, segnò il passaggio all’età adulta, attraverso la cognizione del dolore: le frustrazioni per il mancato riconoscimento del suo genio, ora che non era più un bambino prodigio; la morte della madre, cui Leopold, trattenuto a Salisburgo dall’arcitanghero, lo aveva incautamente affidato; la delusione sentimentale del grande amore respinto per Aloisia Weber, sedicenne bellissima e talentuosa cantante che lo illuse, salvo scaricarlo quando capì che non aveva bisogno di lui per fare carriera.
Qualcosa di buono riportò comunque da quel viaggio, oltre alla pur dolorosa crescita umana e alle nuove esperienze musicali, in primo luogo quella dell’orchestra di Mannheim: erano i Berliner o i Wiener dell’epoca, anche grazie all’apporto di strumentisti boemi. Il principe musicofilo di Mannheim, Karl Theodor, in conseguenza della morte dell’elettore di Monaco Maximilian III, ultimo esponente del ramo principale dei Wittelsbach, ne ereditava il trono e trasferiva la sua corte nella capitale bavarese. Non senza i buoni uffici degli amici musicisti di Mannheim ora traslocati nella nuova sede, Mozart ottenne la commissione per l’Idomeneo. Il successo di questo suo primo capolavoro teatrale assoluto congiurava con l’ambiente vivace di una Monaco alle soglie del suo apogeo culturale, così diversa dalla chiusa e provinciale Salisburgo: di tornare al servizio dell’arcivescovo, proprio non ne aveva voglia. E quando questi lo fece venire direttamente a Vienna, dove era in visita a corte, e poi volle obbligarlo a ripartire per Salisburgo proprio mentre era indaffarato a conquistare il pubblico viennese, Wolfgang non ebbe più esitazioni: si licenziò e rimase a Vienna.
Rompere con l’autorità dell’arcivescovo fu anche, nonostante rimanessero in fitto rapporto epistolare, emanciparsi dall’autorità del padre. Wolfgang mise su famiglia, sposando, contro il parere di Leopold, la sorella di Aloisia, Constanze Weber (1782). Sono gli anni delle trionfali accademie, quando i successi dei suoi Concerti per pianoforte e orchestra gli facevano credere di essere arrivato nel «Clavierland». Non credeva agli avvertimenti del conte Arco, capo delle cucine dell’Arcivescovo e suo superiore, quando l’aveva formalmente licenziato: i Viennesi tanto facilmente si entusiasmano per una novità, quanto rapidamente dimenticano e passano a un nuovo idolo. In effetti non fu sulle sponde del Danubio che Mozart incontrò il pubblico più competente e affezionato, ma sulle rive della Moldava, a Praga. Capitale asburgica anch’essa, incrocio di élites colte internazionali, applaudì con totale convinzione Le nozze di Figaro (Vienna 1° maggio 1786, Praga dicembre 1786). Wolfgang andò dunque a Praga, nel gennaio del 1787, a mietere il meritato trionfo per l’opera comica su libretto dell’abate libertino Lorenzo Da Ponte (l’ebreo convertito Emanuele Conegliano da Ceneda, oggi Vittorio Veneto) e soggetto tratto dalla commedia di Beaumarchais che tanto scandalo politico aveva suscitato al suo debutto francese nel 1784. Il viaggio, che a Eduard Mörike ispirò una delle più belle novelle della letteratura tedesca (Mozart in viaggio per Praga, 1866), procurò anche la commissione di una nuova opera: il Don Giovanni.
Presissimo dai molti impegni, Mozart ormai poco si curava persino dei contatti epistolari con la sempre più lontana Salisburgo. «Finalmente ho ricevuto da tuo fratello una lettera di dodici righe... Si scusa perché deve portare a termine a rotta di collo l’opera Le nozze di Figaro», si lamentava nel novembre 1785 Leopold scrivendo a Nannerl, ora baronessa von Berchtold su Sonnenburg per aver sposato un piccolo aristocratico funzionario a Sankt Gilgen, due volte vedovo, con cinque figli e quindici anni più di lei. Leopold, nato nel 1719, aveva ancora poco tempo a disposizione per godere e trepidare degli incerti successi di quel figliolo geniale e imprudente, così diverso da lui con le sue talora ingenue cautele politico-diplomatiche nei confronti dei potenti. Nella famosa ultima lettera al padre malato, datata 4 aprile 1787, mentre lavorava al Don Giovanni e a una quantità di altre opere, una sola delle quali basterebbe ad assicurare l’immortalità a un compositore (i Quintetti per archi KV 515-516, il Rondò per pianoforte in la minore KV 511, il Lied der Trennung e Abendempfindung), dimostrò che gli rimaneva il tempo per le buone letture: gli argomenti con cui cercava di confortare Leopold sono tratti dal Fedone, o dell’immortalità dell’anima di Moses Mendelssohn, il filosofo nonno del musicista Felix. Non si sa quanto confortato dal filosofeggiare del figlio sulla morte «ottima amica dell'uomo», Leopold rese l’anima a Dio il 28 maggio. Due giorni dopo, Wolfgang scrisse all’amico e fratello massone Gottfried von Jacquin:
 
Carissimo amico! - La prego di dire al signor Exner di venire domani alle 9 per fare un salasso a mia moglie. Le accludo qui il suo Amynt e il Kirchenlied [probabilmente opere di Jacquin, compositore dilettante, inviate a Mozart per una «consulenza», ndr]. - Abbia la bontà di consegnare alla signorina sua sorella la sonata insieme ai miei omaggi; - le dica di applicarvisi subito perché è un po’ difficile. - adieu. -
il suo amico sincero
Mozart m
p
Le comunico che oggi appena giunto a casa ho appreso la triste notizia della morte del mio ottimo padre. - Si può immaginare il mio stato! -
 
In questo bozzetto surreale di quotidianità tragica, la Sonata che viene affidata allo studio diligente dell’allieva Franziska von Jacquin è la Sonata in do maggiore per pianoforte a quattro mani KV 521, che reca la data del 29 maggio. Conoscendo Mozart, è possibile che sia stata scritta tutta in quel giorno, nonostante sia un lavoro impegnativo non solo per gli esecutori, ma anche nella  complessità  e profondità di elaborazione dei temi. C’è qualcosa del nascente Don Giovanni nell’«allure impetuosa e cavalleresca del primo tempo» (Carli Ballola), modello di unità strutturale e di sapiente sfruttamento di tutte le minime unità ritmiche e melodiche. Nessun tentativo di imitare l’orchestra, ma una perfetta parità di trattamento tra le quattro mani in tutti i registri dello strumento; l’ormai assimilata lezione bachiana produce non sterili imitazioni di forme antiche, ma un modernissimo gioco dialogico tra le diverse voci, quello «stile di conversazione» che è il corrispondente in musica della civile dialettica delle opinioni, quale si esercitava nei migliori salotti tra gli intellettuali illuministi.
Vicinissima nella cronologia alla Sonata KV 521 è la più famosa di tutte le composizioni mozartiane, Eine kleine Nachtmusik KV 525. Originariamente concepita per quintetto d’archi (due violini, viola, violoncello e contrabbasso), abitualmente proposta in dilatazioni orchestrali, nella trascrizione per pianoforte a quattro mani ritrova l’essenzialità delle sue singole parti dialoganti in un purissimo gioco sonoro. Il titolo «Nachtmusik» colloca il brano nella cospicua fioritura di musiche d’intrattenimento, anche se l’epoca d’oro di divertimenti, notturni, serenate e cassazioni per Mozart sono gli anni di Salisburgo, quando doveva soddisfare molte richieste per le occasioni ufficiali o mondane dell’Università e delle famiglie aristocratiche o altoborghesi. A Vienna, la produzione «leggera» è piuttosto quella delle innumerevoli danze per i balli della Redoute, quando a Carnevale la Corte si apriva ai festeggiamenti collettivi. Di fatto non si sa perché e per chi sia stata composta la celeberrima KV 525: forse a una festa privata con i suoi amici. Mozart teneva un catalogo cronologico delle sue opere e in data 10 agosto 1787 vi registra «Eine kleine Nacht Musick, consistente in un Allegro, Minuetto e Trio - Romanza, Minuetto e Trio, e finale». Perduta e fortunosamente ritrovata (mutilata del primo minuetto e trio) dall’editore Offenbach, che la pubblicò nel 1827, è astrazione di forme geometriche e trasparenti, idealizzazione miniaturizzata dei decorativi e piacevoli generi d'intrattenimento ma anche di una perfetta sinfonia completa di tutte le sezioni e sottosezioni: «dominio incontrastato dell’evocazione e gioco degli specchi di Mnemosine» (Carli Ballola), destinata a restare per sempre, certo senza alcuna intenzione dell’autore, l’icona della musica classica europea.
Marina Verzoletto
 


 
Mozart ritratto nel 1782-1783 dal cognato Joseph Lange, attore e pittore, marito di Aloisia Weber



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